da “il Manifesto” del 10-3-2011

Era il 15 febbraio 2010. Casilino 900, per cinquant’anni il campo più grande d’Europa, chiude i cancelli davanti ai flash dei fotografi intenti a immortalare il sindaco Alemanno attuare il proprio piano di «legalità e solidarietà». Dopo lo sgombero, alcuni abitanti optano per soluzioni autonome mentre 618 rom, di cui 273 minori, vengono spostati in quattro «villaggi attrezzati» e in un centro di accoglienza. In tasca la dichiarazione di impegno sui temi dell’educazione, del lavoro, della casa e dell’assistenza sanitaria firmata dal sindaco Gianni Alemanno, dall’assessore alle politiche sociali del Comune di Roma, Sveva Belviso, e dal prefetto Giuseppe Pecoraro. «Ci avevano promesso che saremmo rimasti qui solo per qualche mese» racconta Giuseppe che oggi vive nel campo di via Salone che ospita oltre mille rom di diverse nazionalità. «Invece siamo qui da più di un anno e Alemanno non ha mantenuto nemmeno una promessa: il campo è lontano da tutto, i miei figli arrivano in ritardo a scuola ogni giorno, a fatica riusciamo raggiungere il posto di lavoro. Per chi ce l’ha. Come si fa a parlare di integrazione in queste condizioni?». Il campo di Giuseppe, così come gli altri «villaggi» del Piano Nomadi, è circondato da una rete metallica dotata di telecamere mentre l’ingresso è controllato dalla sorveglianza h24. Il container di Bayram si trova al camping River, nei pressi del cimitero di Prima Porta, a ben 29 chilometri di distanza rispetto a dove viveva prima ma, in compenso, a meno di 30 metri dal corso del Tevere, in fascia protetta. Insieme a lui, stipati in container che al massimo raggiungono una superficie di 23 mq, abitano 575 persone. «L’acqua è imbevibile, non c’è uno spazio comune e il primo supermercato dista oltre 4 chilometri» denunciano in un dossier. «Nel mio container viviamo in sette» racconta Bayram «tre dei miei figli dormono per terra, non c’è spazio per studiare e non c’è nemmeno lo spazio per mangiare tutti insieme». Per ogni rom trasferito dal Casilino 900 al camping River (in totale circa 170 persone) il Comune di Roma paga 7 euro, cifra che calcolata per una famiglia di cinque persone fa più di mille euro al mese. «Tanto quanto un appartamento». Mentre per la sicurezza presente in ogni villaggio la spesa annua ammonta a 3 milioni di euro. Ecco alcune spese di un Piano da 32 milioni di euro frutto dell’emergenza nomadi sancita dal Governo.
Bayram racconta: «per convincerci a trasferirci qui ci hanno mostrato un parco giochi per bambini e una piscina. Una volta qui, abbiamo però capito che questi sono di proprietà del padrone del camping e che non li possiamo usare». Di campi nomadi «attrezzati» come questo a Roma ce ne sono in tutto sette e, come riporta uno studio realizzato dall’Associazione 21 Luglio, ad oggi la spesa mensile per il Piano è di circa un milione di euro. L’obiettivo finale del Piano prevede il raggiungimento di quota 13 campi attrezzati per una capienza massima di 6 mila rom sui circa 7 mila che si stima vivano nella Capitale. 
Nemmeno un euro, invece, è il costo che grava sulla collettività per una parte dei rom che nel novembre del 2009 sono stati sgomberati dal campo abusivo di via di Centocelle. Per loro si sono infatti aperte immediatamente le porte dell’ex Fiorucci di via Prenestina 913, occupata pochi mesi prima, a marzo, dai Blocchi Precari Metropolitani. 
11 novembre 2009. Le forze dell’ordine fanno irruzione nel campo di via di Centocelle. Come accade per quasi tutti gli sgomberi di insediamenti abusivi, molti rom scappano per trovare rifugio in altri insediamenti mentre una trentina di nuclei familiari, in tutto un centinaio di persone, decide di trasferirsi al Metropoliz. Quando l’associazione Popìca Onlus, un anno prima dello sgombero, entrò per la prima volta nel campo nessuno dei bambini presenti frequentava la scuola «ma grazie a un percorso finalizzato alla nostra autonomia» racconta Marius che oggi vive in una casa rimediata negli spazi di quella che una volta era una fabbrica dismessa «abbiamo iniziato a portare da soli i nostri figli a scuola, a imparare come accedere ai servizi sanitari in nostro diritto senza l’aiuto dei volontari, a istruirci a vicenda: non potevamo cancellare questa esperienza disperdendoci in campi lontani da tutto». Oggi contribuiscono insieme a italiani e migranti di diverse nazionalità al percorso di autorecupero dell’ex fabbrica Fiorucci: «Una fabbrica abitata, una città meticcia dentro Roma» spiega Irene Di Noto del Bpm «che parte dalla necessità di una soluzione abitativa degna e che grazie alla valorizzazione delle differenze nelle relazioni è diventata vero e proprio laboratorio metropolitano di produzione di nuovi diritti di cittadinanza». Un’occupazione «che ci mette al centro del nostro percorso di vita» conclude Marius. «Una storia che non possiamo non raccontare a tutta la città».

Un libro che ci racconta

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